Cultura Poetica L'anima dell'uomo è poesia

Leopardi

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Era l'anno 1798, quando Recanati faceva ancora parte dello Stato Pontificio, che, primo di otto figli di una famiglia nobile, nasceva Giacomo Leopardi. Crebbe con una educazione molto rigida a cura di due precettori ecclesiastici, fatta anche di sacrifici legati al dissesto economico causato dal padre,  ma che non gli impedì di approfondire tematiche ed argomentazioni grazie soprattutto all'immensa biblioteca paterna. Nel 1812 iniziò da solo lo studio del greco e dell'ebraico e uno studio definito da molti "matto e disperatissimo" che lo portò ai suoi primi componimenti come la "Storia dell'astronomia"  o il "Saggio sopra gli errori popolari degli antichi". Sempre di questi anni le traduzioni dal greco e dal latino, quali "Gli scherzi epigrammatici"  o anche la la "Traduzione del libro secondo dell'Eneide". È solo tra il 1815 e il 1816 che Leopardi, in seguito a una profonda crisi spirituale, si lascia andare nella composizione poetica, abbandonando un po' per volta l'educazione sterile ricevuta e avvicinandosi man mano all'idea romantica, anche attraverso lo studio di autori quali Alfieri, Parini, Foscoli e Monti. Risalgono proprio a questo periodo i celebri componimenti  "Rimembranze", "Appressamento della morte" e l'"Inno a Nettuno". È solo però nel 1817 che si ha il passaggio definitivo dalla poesia di immaginazione che era propria degli antichi alla poesia sentimentale.
Seguono poi anni, a partire dal 1817, in cui Leopardi si trova stretto nell'ambiente recanatese e cerca una via di fuga, sia tramite la corrispondenza con Pietro Giordani, che iniziando a scrivere quello che poi diventerà “Lo Zibaldone”, dove annoterà con cura una serie di osservazioni, di riflessioni e spunti per varie opere. Sempre nello Zibaldone troviamo la traccia del suo passaggio verso la poesia romantica.
Ma il percorso che porta Leopardi a riflettere sulla nullità delle cose e l'ineluttabilità del dolore inizia con la malattia agli occhi che lo colpisce nel 1819. Ed è proprio in seguito a questa esperienza che scrisse "L'infinito", "La sera del dì di festa" e "Alla luna".
Fu però solo nel 1822 che riuscì ad ottenere il permesso per lasciare Recanati e andare a Roma da uno zio. A Roma, che riteneva una città squallida , visse isolato, frequentando studioso stranieri sino al ritorno a Recanati nell'aprile 1823.
Roma fu solo il primo dei viaggi di Leopardi. Si recò infatti nel 1825 a Milano dove rimase poco per via del clima che gli procurava problemi di salute e del fatto che il mondo culturale ruotava intorno a Monti, cosa che lo infastidiva. Si trasferì quindi a Bologna dove ebbe una intensa vita culturale e vi restò sino al 1827 quando decise di trasferirsi a Firenze  e di lì a Pisa, dove riprese anche a scrivere poesie, componendo tra le altre il canto  “A Silvia". Nel 1828 ritornò, nonostante i tentativi di non farlo, a Recanati, a causa del peggiorarsi della sua condizione di salute e del problema agli occhi. Restò al paese Natale sino al 1830, componendo le celebri  "Il sabato del villaggio", "La quiete dopo la tempesta", anno in cui riuscì a tornare a Firenze e nel 1831 a farsi eleggere socio dell'Accademia della Crusca. Leopardi rimase tra Firenze e Roma sino al 1833 quando, sperando in un miglioramento della sua salute grazie al clima favorevole, si trasferì a Napoli  con il giovane Antonio Ranieri. Salvo un breve periodo trascorso a Torre Del Greco, Leopardi restò a Napoli sino alla sua morte, che arrivò nel febbraio del 1837.

La poetica di Leopardi nasce da un suo senso di inadeguatezza verso la realtà e dal dolore. Dolore prima per la patria sottomessa a poteri stranieri che poi diventa un dolore riferito al passare del tempo e al momento della morte. Nonostante questo in alcune sue opere iniziali traspare anche un senso positivo del destino del quale però lo stesso Leopardi si vergogna in seguito, arrivando alla definizione del pessimo cosmico.
Tutta la poetica di Giacomo Leopardi è basata principalmente sulla essenzialità del linguaggio, con l'utilizzo di parole arcaiche e di un italiano dallo stesso poeta definito “linguaggio dei morti” perché poco usato nel quotidiano. Altra caratteristica della poetica di Leopardi è l'uso limitato di mezzi lessicali che però non gli impediscono di rendere idee di immenso significato.
Lungo e difficile il percorso che ha portato il poeta alla definizione del pessimismo cosmico. L'elaborazione di tale concetto infatti parte da un primo pessimismo del tutto personale e soggettivo, arrivando poi ad un pessimismo storico, secondo cui l'infelicità dell'uomo è frutto della ragione moderna. In questa fase di pensiero il poeta considera la natura ancora come una natura benigna, che ha anche fornito all'uomo l'immaginazione provandone pietà.
Ma la natura cambia essenza nelle riflessioni che il poeta fa durante la sua vita. Riflessioni che vengono sviluppate nel corso degli anni e di cui troviamo traccia nello Zibaldone. Riflessioni che portano Leopardi alla definizione del pessimismo cosmico, secondo il quale l'infelicità è una parte della vita e l'uomo è di conseguenza destinato a soffrire per tutta la durata della sua esistenza. In questa fase la natura diventa una nemica dell'uomo. Uomo che è visto come un essere sofferente che vede la vita come un momento di dolore, ma che teme la morte per paura e superstizione religiosa.
Uomo con la sua sofferenza che è anche il centro di tutte le considerazioni di Leopardi, secondo cui l'uomo aspira un piacere infinito, condizione impossibile per qualunque dei piaceri di cui lo stesso uomo può godere, rendendolo così infelice. La natura quindi che era vista come benevola perché dava l'illusione all'uomo di avere quel che desiderava, diventa poi un tutt'uno con la realtà stessa diventando così la causa stessa dell'infelicità.

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