Cultura Poetica L'anima dell'uomo è poesia

Neruda

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Pablo Neruda (1904-1973, vero nome Neftalí Reyes Basoalto, appellativo d’arte scelto in onore dello scrittore e poeta ceco Jan Neruda) è stato uno dei massimi poeti del secolo scorso; originario del Cile, fu testimone e partecipe diretto di molti degli eventi cruciali che hanno segnato la storia del Novecento: in particolare nella guerra civile spagnola si schierò a favore della resistenza e della dura lotta antifascista, tanto da fondare il Gruppo ispano-americano d'aiuto alla Spagna, decisione presa “tra le tenebre e la speranza di quell’epoca tragica”.

A partire dal 1949 Neruda sperimentò sulla propria pelle la condizione di uomo esiliato, allorché, eletto senatore per il Partito comunista cileno, criticò duramente il presidente González Videla. La sua vita fu un lungo peregrinare fatto di viaggi in tutto il mondo: Argentina, Francia, Spagna, Germania, Cina, Russia, Messico, Italia (così dipinta in La policia: “Così una gondola/ più nera delle altre/ dietro di me li portò a Venezia,/ a Bologna di notte,/ sul treno: sono un’ombra errante/ seguita dalle ombre./ Io vidi a Venezia, dritto il Campanile/ che innalzava tra i colombi di San Marco/ il suo tricorno poliziesco”).

La vincita del Premio Nobel per la Letterature, nel 1971, rappresentò il riconoscimento del valore della sua opera poetica; nel ricevere il premio ebbe a dire: «I miei doveri di poeta non solo mi indicavano la fraternità con la rosa e con la simmetria, con l'esaltato amore e con la nostalgia infinita, ma anche con le aspre fatiche umane che ho inserito nella mia poesia», sintetizzando in una frase quella che è l’essenza poetica della sua straordinaria produzione (a livello quantitativo: più di quaranta libri di poesia, traduzioni e teatro in versi; ma chiaramente anche dal punto di vista qualitativo).

Le sue poesie si richiamano spesso alla dimensione intima, autobiografica, fatta di profonde riflessioni su se stesso e sull’umanità tout court, di bilanci esistenziali umani e artistici. Si definisce «un uomo chiaro e confuso,/ un uomo piovoso e allegro,/ energico e autunnabondo»; così scrive in Testamento d’autunno. E poi «Accade che mi stanco d'esser uomo./ Accade che entro nelle sartorie e nei cine/ sciupato, impenetrabile, come un cigno di feltro/ che naviga in un'acqua di origine e cenere...».

È difficile non sentirsi partecipi di fronte al fronte al senso di dolore e solitudine che pervade certe sue liriche, di fronte alle suggestioni della scuola parnassiana, o all’influsso della poesia di Rimbaud, di Mallarmé, del surrealismo: «La mia sete, la mia ansia senza limite, la mia strada indecisa!/ Oscuri alvei dove la sete eterna continua,/ e la fatica continua, e il dolore infinito»; e ancora «Posso scrivere i versi più tristi questa notte./ Io l'amai, e a volte anche lei mi amò.// Nelle notti come questa la tenni fra le braccia./ La baciai tante volte sotto il cielo infinito. // Lei mi amò, a volte anch'io l'amavo,/ Come non aver amato i suoi grandi occhi fissi.// Posso scrivere i versi più tristi questa notte./ Pensare che non l'ho. Sentire che l'ho perduta.// Udire la notte immensa, più immensa senza di lei.// E il verso cade sull'anima come sull'erba la rugiada...» (Veinte poemas de amor y una canción desesperada).

E non mancano certo poesie sociali, diretta emanazione del suo impegno in campo politico: basti ricordare la pubblicazioni-manifesto España en el corazòn.

“Fui sempre fuggitivo e possessivo,/ amai e amai e amai quel che era mio/ e così ho scoperto l’esistenza, /uva per uva sono diventato padrone/ di tutte le finestre di questo mondo”; questi gli splendidi versi scritti sul finire della vita, lucida retrospettiva di un’esistenza errabonda ed appassionata.

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