Orfeo

Orfeo
Canto VII
Orfeo
Il cuore di Orfeo è forse sfamato
di lagrime? L’infrenabile impulso
de lo sguardo arrestò celeste il tempo;
dal solitario cantore commosso,
nato dall'oscurità come 'l canto;
che per sette corsi col pianto l'arpa
di pie rugiade ‘nfuse; ode la terra.
Le guance di Orfeo sono sfamate
di lacrime? L'infrenabile tempo
pur lo mira, e nel suo canto consolasi;
disiscolorasi pel pianto ‘l verde
de la natura, e l'eterea sanguigna
veste il pietoso andar del solitario
sostiene; armonia a li occhi consumati.
Narrasi che le foreste al perpetuo
metro del solitario vagar tacite
piangano; perpetuamente rimbombano
tra mirti e querce e salici le lacrime,
a consolar i mortali, che pongono
in chi amano la fonte di speranza;
la ragione di giovinezza eterna.
Gli animali ‘n ascolto, non più prede,
cacciatori, ma in un coro di sguardi
odono, tutto obliano; il venerato
uffizio al silenzio la morte cede,
di mirarlo non ha ‘l coraggio, sente
che ‘l canto la strazierebbe: il suo pianto
che non s’inebri del suolo desidera.
Così egli è immortale, tale 'l dolore
che ne ‘mpedisce la morte, mai più
mirerà la sua Euridice ed arde
per una lapide; neppure i cani
infernali, per la istessa ragione
lontani, s'avvian a render immondo
principio ogni forma; ma per lui piangono.
Libero è colui che la morte tende
a beffeggiare; e lui mesce ‘l suo canto
con l'eterno, qual libertà mostrando
contiene de la sua cetra un sol spasimo;
eppur a lui siedesi accanto il Nulla,
ma lo addestra, lo governa, lo impera
perché vera ne conosce ‘l valore.
La luna or fulge per il solitario
cantore e quando una luce soffusa
emana 'l canto di riudire brama;
ne’ sentieri silenti dei vaganti
augelli stellari vano il disperso
andar; e il grido loro al canto tacito,
zinzilulare de le vaghe stelle.
« Le trombe a forma di delfino squillino
e de' cigni i dardi dei canti gridino
che, in corteo fauni, giungi Euridice;
ridenti margherite, di lontano
olmarie appassite co’ vagolanti
spine; e de’ papaveri l’orizzonte
in morte traduce ‘l funereo coro.
Io questa ninfa voglio perpetuare;
ceruleo giacinto pensoso e glicine
violureo sterminato canta e ride
odori; e quando mirerai a ghirlande
di astri la diversa prole dispersa,
memorati dei fiori; speme donagli
e giovinezza, il sole fuggirà.
Sole solitario, nato nell’ombra;
e quando l'ultimo dorato canto
concederai da li occhi consumati,
dolce compagnia la morte per attimo;
sfiancato e lento, senza speme e vecchio,
non è al chiaror de la disperazione
forse più lume la dimenticanza?
Ma tu, Euridice, il cui nome sciogliesi
fra le 'nnevate nevi de’ tuoi denti,
non puoi morire prima di saziare
in eterno ‘l mio essere; trascorrendo
la mia vecchiezza tra le bianche braccia,
fedele rimarrò a la veste candida
e si sazierà 'l mio cuore e le guance.
Un cigno sulla tua beltate arenasi,
vedi, è bianco meno del tuo incarnato;
un cimitero non ha tante lapidi
quante viole 'l suolo ove il sacro piede
tuo volava; ronzano intorno a te
gli dei, poiché sanno ch'un sol tuo sguardo
porrà fine alla loro eterna noia.
Quando il sole lacrima, mai vedrà
le tenebre, e al punto più alto dell’etra
di giungere non si consola, miralo;
il venerato sciame degli dei
il mistero in te riscopre dell'essere;
nei tuoi lumi ‘l cielo siedesi, il tutto
da altro punto, dovuto sdegno, mira.
E quando nel cimitero de li astri
sarai, ove da sé l'etra s'avvalora,
madre dell'ombra, ancella a’ sogni, volgiti;
mira l'errante trascurata terra,
dal suo usato pianto solleva il sole,
il solitario conforta e concedi
un dolce sogno a le saziate stelle. »
Un giorno questo lui cantava; ma ora,
che neppur più gli è concesso il sognare
(col pianto la realtà tutta sfamando),
la morte più lontana della gioia,
pur se immortale, l'arte non ha appreso
del sentenziare addio; e nell'orror memora:
muore in eterno chi sfiora le stelle.
Più triste in ogni tramonto il solare
diviene; avvalora la cecità
il dolore de la sua solitudine;
in una notte, per malinconia,
luci diffuse la luna per tenera
compagnia; brama 'l solitario sole
d'esser una di quelle fioche stelle.
Più addolorato in ogni istante 'l tempo
diviene; ben conosce il suo destino,
muto sarà e tacito quando l'ultimo
atomo tradirà la sua natura;
e quando un uomo la sua volontà
ha consumato, lì giunge 'l declino,
per placarlo lo mireran le stelle.
Più disperato in ogni tempo Eros
diviene; nessuno il suo cuore può
saziare, e di fronte rimane a sé
un'ombra di resti d'una meteora;
avvalora 'l suo pianto la sua essenza,
l'arcana origine per cui ne li occhi
dei mortali di più ardono le stelle.
Nel tramonto il sole stanco diffonde
le ultime lacrime a la triste terra
pregna del pianto; giace ne li antichi
occhi la disperazione del mondo,
armonia all'eterea sanguigna veste;
negli occulti sentieri s'appropinquano
a suonar il tempo le abili stelle.
Sordo è 'l grido de la crudele morte
e il rumore de la vittrice sorte
se da deserte terre arcane il carme
asperge sovra l'eterna memoria;
nasce dalla Notte 'l canto e da sé
splende; come ogni mia lagrima, invidia
de li dei, luce maggior delle stelle.
Padre mio, Orfeo, grido nella storia,
disperazione che 'l tempo consola,
gloria eterna de le solenni angosce
mortali e dei canti vari otterrai,
fin quando ‘l sole, desiando la luna,
nel tentare di celare le lacrime
che lei diffonde, spegnerà le stelle.
L'opera è pubblicata in via telematica, ma persistono comunque i diritti d'autore.
L'autore è Giancarlo Petrella, l'opera è un canto che fa parte del suo poema 'Racconto'.
L'autore acconsente ad una libera diffusione di questo canto, a patto che sia presente il nome, dell'autore stesso, che ne indichi la paternità.
L'opera è stata anche pubblicata in maniera cartacea; potete richiedere l'intero scritto, oppure semplicemente parlare con l'autore, tramite la sua email:
giancarlopetrella@live.it
Il cuore di Orfeo è forse sfamato
di lagrime? L’infrenabile impulso
de lo sguardo arrestò celeste il tempo;
dal solitario cantore commosso,
nato dall'oscurità come 'l canto;
che per sette corsi col pianto l'arpa
di pie rugiade ‘nfuse; ode la terra.
Le guance di Orfeo sono sfamate
di lacrime? L'infrenabile tempo
pur lo mira, e nel suo canto consolasi;
disiscolorasi pel pianto ‘l verde
de la natura, e l'eterea sanguigna
veste il pietoso andar del solitario
sostiene; armonia a li occhi consumati.
Narrasi che le foreste al perpetuo
metro del solitario vagar tacite
piangano; perpetuamente rimbombano
tra mirti e querce e salici le lacrime,
a consolar i mortali, che pongono
in chi amano la fonte di speranza;
la ragione di giovinezza eterna.
Gli animali ‘n ascolto, non più prede,
cacciatori, ma in un coro di sguardi
odono, tutto obliano; il venerato
uffizio al silenzio la morte cede,
di mirarlo non ha ‘l coraggio, sente
che ‘l canto la strazierebbe: il suo pianto
che non s’inebri del suolo desidera.
Così egli è immortale, tale 'l dolore
che ne ‘mpedisce la morte, mai più
mirerà la sua Euridice ed arde
per una lapide; neppure i cani
infernali, per la istessa ragione
lontani, s'avvian a render immondo
principio ogni forma; ma per lui piangono.
Libero è colui che la morte tende
a beffeggiare; e lui mesce ‘l suo canto
con l'eterno, qual libertà mostrando
contiene de la sua cetra un sol spasimo;
eppur a lui siedesi accanto il Nulla,
ma lo addestra, lo governa, lo impera
perché vera ne conosce ‘l valore.
La luna or fulge per il solitario
cantore e quando una luce soffusa
emana 'l canto di riudire brama;
ne’ sentieri silenti dei vaganti
augelli stellari vano il disperso
andar; e il grido loro al canto tacito,
zinzilulare de le vaghe stelle.
« Le trombe a forma di delfino squillino
e de' cigni i dardi dei canti gridino
che, in corteo fauni, giungi Euridice;
ridenti margherite, di lontano
olmarie appassite co’ vagolanti
spine; e de’ papaveri l’orizzonte
in morte traduce ‘l funereo coro.
Io questa ninfa voglio perpetuare;
ceruleo giacinto pensoso e glicine
violureo sterminato canta e ride
odori; e quando mirerai a ghirlande
di astri la diversa prole dispersa,
memorati dei fiori; speme donagli
e giovinezza, il sole fuggirà.
Sole solitario, nato nell’ombra;
e quando l'ultimo dorato canto
concederai da li occhi consumati,
dolce compagnia la morte per attimo;
sfiancato e lento, senza speme e vecchio,
non è al chiaror de la disperazione
forse più lume la dimenticanza?
Ma tu, Euridice, il cui nome sciogliesi
fra le 'nnevate nevi de’ tuoi denti,
non puoi morire prima di saziare
in eterno ‘l mio essere; trascorrendo
la mia vecchiezza tra le bianche braccia,
fedele rimarrò a la veste candida
e si sazierà 'l mio cuore e le guance.
Un cigno sulla tua beltate arenasi,
vedi, è bianco meno del tuo incarnato;
un cimitero non ha tante lapidi
quante viole 'l suolo ove il sacro piede
tuo volava; ronzano intorno a te
gli dei, poiché sanno ch'un sol tuo sguardo
porrà fine alla loro eterna noia.
Quando il sole lacrima, mai vedrà
le tenebre, e al punto più alto dell’etra
di giungere non si consola, miralo;
il venerato sciame degli dei
il mistero in te riscopre dell'essere;
nei tuoi lumi ‘l cielo siedesi, il tutto
da altro punto, dovuto sdegno, mira.
E quando nel cimitero de li astri
sarai, ove da sé l'etra s'avvalora,
madre dell'ombra, ancella a’ sogni, volgiti;
mira l'errante trascurata terra,
dal suo usato pianto solleva il sole,
il solitario conforta e concedi
un dolce sogno a le saziate stelle. »
Un giorno questo lui cantava; ma ora,
che neppur più gli è concesso il sognare
(col pianto la realtà tutta sfamando),
la morte più lontana della gioia,
pur se immortale, l'arte non ha appreso
del sentenziare addio; e nell'orror memora:
muore in eterno chi sfiora le stelle.
Più triste in ogni tramonto il solare
diviene; avvalora la cecità
il dolore de la sua solitudine;
in una notte, per malinconia,
luci diffuse la luna per tenera
compagnia; brama 'l solitario sole
d'esser una di quelle fioche stelle.
Più addolorato in ogni istante 'l tempo
diviene; ben conosce il suo destino,
muto sarà e tacito quando l'ultimo
atomo tradirà la sua natura;
e quando un uomo la sua volontà
ha consumato, lì giunge 'l declino,
per placarlo lo mireran le stelle.
Più disperato in ogni tempo Eros
diviene; nessuno il suo cuore può
saziare, e di fronte rimane a sé
un'ombra di resti d'una meteora;
avvalora 'l suo pianto la sua essenza,
l'arcana origine per cui ne li occhi
dei mortali di più ardono le stelle.
Nel tramonto il sole stanco diffonde
le ultime lacrime a la triste terra
pregna del pianto; giace ne li antichi
occhi la disperazione del mondo,
armonia all'eterea sanguigna veste;
negli occulti sentieri s'appropinquano
a suonar il tempo le abili stelle.
Sordo è 'l grido de la crudele morte
e il rumore de la vittrice sorte
se da deserte terre arcane il carme
asperge sovra l'eterna memoria;
nasce dalla Notte 'l canto e da sé
splende; come ogni mia lagrima, invidia
de li dei, luce maggior delle stelle.
Padre mio, Orfeo, grido nella storia,
disperazione che 'l tempo consola,
gloria eterna de le solenni angosce
mortali e dei canti vari otterrai,
fin quando ‘l sole, desiando la luna,
nel tentare di celare le lacrime
che lei diffonde, spegnerà le stelle.
novembre 30th, 2009 - 02:52
mi è talmente piaciuta ch l ho riletta un altra volta…bravo
ti scrissi k:”nn so se da una frase si puo’ dire”,aveva ragione….scrivi proprio bene