Montale

Montale
“Le mie poesie sono funghi nati spontaneamente in un bosco; sono stati raccolti, mangiati”: ecco come Eugenio Montale (Genova 1896 - Milano 1981) descrive i propri componimenti. Spontaneità, prima di tutto; che non contrasta però la sua solida cultura, gli incontri e gli scambi d’opinioni con grandi intellettuali della sua epoca, i letterati da lui amati: Ezra Pound, Sergio Solmi, Bobi Bazlen Italo Svevo, Umberto Saba, Eliot e Baudelaire.
La poetica di Montale è quella del negativo: Montale indaga l’uomo e ne descrive l’isolamento nel mondo, la sconfitta e la disillusione, la scoperta dei limiti oltre il quale non può spingersi, nemmeno con lo sguardo. La vita è paragonata a “una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”: e non è una condizione personale ma generale, che accumuna tutti gli uomini. È il “male di vivere”, è quel senso di angoscia che tocca l’uomo moderno, poiché si sente come abbandonato, privo di significato in un mondo ormai destituito di qualsiasi senso o valore.
Certo è che Montale non opta per un’accettazione passiva e rassegnata di questa situazione di crisi: non può evitare di credere che «la vita deve, in qualche modo, avere un significato». Per questo la sua poesia non si arresta dinnanzi all’ignoto, ma anzi è una ricerca spasmodica e ininterrotta di un senso che pare perennemente sfuggire alla portata degli uomini. C’è bisogno di scovare il varco che conduce verso il mondo vero, autentico, che la vita quotidiana nasconde.
La sua poetica si esprime in un linguaggio mutuato dai crepuscolari, ma ripreso in maniera originale: quelli di Montale sono versi incisivi, compatti, a tratti impressionisti, fatti di onomatopee, allitterazioni, assonanze e tecnicismi.